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E' morto Anthony Minghella

19/03/2008 | postato da: Marco Spagnoli | Commenti 0

 


Il regista de Il paziente inglese e Ritorno a Cold Mountain è morto per emorraggia all'età di 54 anni.

Qui di seguito le mie interviste realizzate nel 2000 e nel 2004 in occasione della presentazione in Italia de Il Talento di Mr.Ripley e di Ritorno a Cold Mountain. Di quest'ultimo ho moderato anche la conferenza stampa con Jude Law.

Mr. Minghella, chiunque veda il suo ultimo film Il talento di Mr.Ripley non può non pensare che assurdità sia stato non candidare all'Oscar il film, la sua regia e soprattutto Matt Damon. Lei come l'ha presa, invece?
E' strano: abbiamo avuto cinque nominations all'Oscar e se uno me lo avesse pronosticato il giorno dell'inizio delle riprese mi sarei buttato in ginocchio a ringraziare Dio. Adesso sono così orgoglioso di quello che Matt Damon ha fatto nel mio film che mi sembra quasi impossibile immaginare cinque attori più degni di lui a meritare la nomination. Poiché mi considero il padre di questo film posso dire che sono in qualche maniera dispiaciuto anche se - lei lo sa - Il paziente inglese che vinse nove oscar - adesso - con quel premio non è di certo migliorato. Così come non sarebbe peggiorato se di statuetta non ne avesse vinta nessuna. Il talento di Mr.Ripley è un film provocatorio e più difficile rispetto il mio precedente film. Io ne sono ancora più orgoglioso.
Il talento di Mr.Ripley è un altro film sull'Italia…
Ed è un'altra prova della mia relazione amorosa con il vostro paese. Un giornalista a Berlino mi ha chiesto quanto ero italiano. Io ho risposto che tramite il cinema lo sto scoprendo. Il sogno di Ripley è quello di scappare dall'oscurità per arrivare nella luce. Il paradiso terrestre che ho scelto di offrirgli era l'Italia.
Ma perché questo amore per l'Italia?
Quando scrivevo commedie per il teatro in Inghilterra non mi sentivo affatto a mio agio. Sentivo di sbagliare in qualcosa. Una volta mi fu chiesto di compilare la lista dei miei film preferiti e mi sono accorto che non c'era nessun film americano o inglese. Erano tutte pellicole italiane. Quel giorno mi sono accorto che sebbene il mio accento fosse inglese il mio cuore era italiano. Il passato per me è  come incontrare il cinema che ho amato. Mi piace pensare che mentre Ripley cammina per le strade di Roma, solo qualche metro più in là Federico Fellini sta girando La dolce vita.
Come spiega la sua grande passione per il passato?
Perché è un'occasione per viaggiare verso un luogo diverso. Consente di visitare un altro paese e il pubblico ti segue con meno pregiudizi di quanto fa se gli racconti a una storia del presente. Gli spettatori sono arrendevoli e non sono sempre razionali. La Mongibello di Ripley non è mai esistita. Ma il pubblico ti perdona anche quello…
Che difficoltà ha avuto nell'adattare la storia di Ripley?
La difficoltà principale sta nel bilanciare la storia con il tema del film. Le avventure di Ripley sono molto interessanti, perché un uomo che in un film normale potrebbe essere considerato l'antagonista - in questa pellicola - diventa il protagonista. Ovviamente come regista il mio lavoro era quello di creare la tensione e la suspence.
Il film è però incentrato su una tematica ancora più interessante e profonda: qual è il prezzo che sei disposto a pagare per costruire te stesso?
Chi è per lei Ripley?
Un pericoloso animale selvaggio, simile a noi solo nel fondo del suo cuore. Un personaggio da girone dantesco. E' come l'uomo che amava le donne ed è costretto a rincorrerle sempre senza raggiungerle mai. Per me Il talento di Mr.Ripley racconta la storia del suo inferno. Mentre scrivevo la sceneggiatura continuavo a pensare alla crudeltà che i bambini mostrano l'uno contro l'altro. Fin da piccoli apprendiamo come nascondere quello che possediamo di speciale dentro di noi. La metafora del film è in questa cosa, ovvero nel racconto dell'identità che siamo costretti ad assumere per mascherare quello che siamo in realtà e di cui spesso ci vergogniamo.
Cosa risponde a chi ha criticato la sua scelta di Matt Damon come attore principale?
Il problema è che a me non interessa realizzare pellicole che siano quasi delle 'lezioncine' per il pubblico, né raccontare le vite di uomini prevedibili. Chi ha visto Matt Damon nel mio film si renderà conto che è una critica infondata, assurda e vagamente offensiva. Matt è un ragazzo straordinario. Abbiamo girato per circa cento giorni e lui era praticamente in ogni scena. Ha lavorato con noi dall'inizio alla fine. Pochi attori avrebbero mostrato altrettanto impegno. Le voglio raccontare una storia per farle capire chi è davvero Matt Damon: il secondo giorno delle riprese io e il mio aiuto regista stavamo ammirando un orologio Reverso. Matt passa gli butta un'occhiata e va a lavorare sul set. Steve - il mio assistente - era entusiasta di quell'orologio, ma quando siamo tornati a lavorare se l'era praticamente già dimenticato. L'ultimo giorno delle riprese tutti eravamo molto emozionati. Matt va da Steve e gli porge un pacchetto. All'interno c'era un orologio identico a quello che avevamo visto quel giorno. Vede, gli attori a volte fanno dei regali ai registi o ai produttori, mentre non avevo mai visto prima un attore che faceva un regalo a chi non avrebbe mai potuto aiutarlo per la sua carriera. Matt è una persona incredibile, che ha a cuore la felicità di tutti, è un uomo esemplare. La maggior parte degli attori non è così generosa.
Il talento di Mr.Ripley è una pellicola eccitante. Le sue atmosfere ricordano la tensione 'vera' del cinema di Alfred Hitchcock…
Lei dice? Personalmente non sono mai stato interessato dai gialli, dai polizieschi e dai thriller. Credo, però, di essere stato fortemente influenzato da un grande autore inglese che aveva enunciato cinque qualità per diventare degli ottimi scrittori: la prima era  la compassione, la seconda era la compassione, la terza era la compassione, la quarta era la compassione, la quinta era la compassione. Quello che ho provato a fare in questo film è stato di raccontare un personaggio negativo e la sua storia apparentemente sgradevole e dark e di averlo fatto tramite queste cinque qualità. Quella di Ripley è una storia scritta da chi non ha mai avuto tempo per Dio che è diventata un film diretto da una persona che è ossessionata da Dio. Non Dio inteso come figura tradizionale, ma inteso come figura dello Spirito. Molti mi hanno chiesto perché Ripley si comporta senza seguire delle coordinate morali. Per me, invece, il mio film è pericolosamente morale.
Girerà mai un sequel di Ripley tratto da uno degli altri tre romanzi scritti da Patricia Highsmith?
Credo proprio di no.
Qual è allora il suo prossimo progetto?
Girerò Cold mountain che è tratta da un romanzo di Charles Frazier. Una versione dell'Odissea ambientata durante la guerra civile americana. Mi ero ripromesso di non girare mai più l'adattamento di un romanzo, ma dopo avere letto questo mi sono detto:"Solo un altro ancora…". 

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Lei ha dichiarato di essere rimasto affascinato dall’elemento dell’Odissea del soldato Inman per tornare a casa…
E’ sorprendente notare come molti elementi presenti nel testo omerico si possano riverberare al tempo stesso sia su fatti accaduti nel diciannovesimo secolo che sul nostro presente. Cold Mountain è stato per me un’Odissea davanti e dietro alla macchina da presa.  Anche io ho compiuto un lungo viaggio molto faticoso per realizzare questo film e – alla fine – dopo più di quattro anni sono arrivato alla fine di un percorso che, però, è valso ogni singolo minuto e ogni più piccola pena. Questo perché sono molto orgoglioso sia del risultato che di avere lavorato con un gruppo di attori e di tecnici tanto straordinario.
Ancora una volta, nonostante lei sia uno sceneggiatore, il film è tratto da un romanzo…
La caratteristica di questo film è che il livello del volume di alcuni sentimenti come amore, crudeltà, tenerezza e sopravvivenza. Come narratore credo di essere sempre rimasto molto affascinato da storie in cui il volume è al massimo. Personalmente sono convinto – come voi italiani – che dramma e commedia siano legati a filo doppio e che possano essere sviluppati di pari passo. Tutti i film italiani che ho più amato hanno questa caratteristica di vicinanza di gioia e dolore.
Cosa la interessava del romanzo e qual è stata la natura del suo rapporto con l’autore Charles Frazier?
Il mio metodo di adattamento dei romanzi è molto eccentrico. Al contrario della credenza hollywoodiana secondo cui i bei film vengono fuori solo dai brutti libri, desidero lavorare solo su opere che ho molto amato. Credo che l’industria cinematografica abbia sviluppato questa idea quantomeno stravagante perché la maggior parte dei romanzi del Novecento sembravano non essere interessati alla forma della narrazione. In questo senso Cold Mountain assomiglia di più ad un testo del diciannovesimo secolo in virtù di una storia molto forte. Italo Calvino una volta a tal proposito ha detto che una storia è bella a patto che venga modificata. Credo che ogni narratore alteri la forma di una storia e l’obbligo quando passi da un romanzo ad un film è quello di creare qualcosa di molto originale che renda onore al romanzo. Molte delle costruzioni di un film sono quindi peculiarmente necessarie al suo sviluppo. L’autore del romanzo è venuto a trovarci in Romania sul set. Mentre giravamo una sequenza mi ha sussurrato: “Sai non mi ricordo se questa scena è nel libro oppure no.” Mi sono voltato e gli ho detto: “Sai, non me lo ricordo nemmeno io.” Questo è il senso di un viaggio comune sulla stessa strada.
Dopo Il paziente inglese questo è un altro film ambientato durante una guerra…
Noi Europei dobbiamo fare pace con tanto di quel passato che è sorprendente pensare come, invece, gli Americani siano ancora profondamente ossessionati da una guerra di quasi due secoli fa. L’America non ha ancora superato del tutto le cause della Guerra Civile. In un certo senso ho scoperto come il mio atteggiamento sia risultato quasi ingenuo agli occhi del pubblico statunitense. Per me l’elemento meno interessante del film era proprio quello bellico: non volevo fare un film di guerra e non una pellicola sulla Guerra Civile. Mi interessava raccontare una storia in ci venissero evidenziati gli effetti di una guerra, di qualsiasi guerra, lontano dai campi di battaglia. Volevo mostrare cosa accade alle comunità di persone quando gli uomini partono. L’Odissea stessa non è un racconto di guerra, ma la storia di quello che succede quando qualcosa finisce. Per me Cold Mountain rappresentava l’opportunità di raccontare non tanto la guerra, quanto, piuttosto, la sua fine. Mi interessava mostrare l’entusiasmo di persone che, baldanzose, credono di partire per una breve avventura e che, invece, si trovano precipitate in un incubo. Volevo mostrare le speranze delle persone quando una guerra inizia e – al tempo stesso – rappresentare la loro disperazione quando lo stesso conflitto termina.
Qual è il sentimento emerso dai suoi personaggi che desiderava rappresentare con maggiore evidenza… Quello della compassione. Nonché l’indipendenza, l’intelligenza e la forza spirituale delle donne in frangenti difficili. Eppoi, ovviamente, l’amore: L’amore è un’energia positiva. Principalmente positiva. Quanto più la morte si avvicina, tanto più ti accorgi che la vita e l’amore diventano più urgenti e travolgenti. Il desiderio di vivere, quello di sopravvivere, quello di credere in qualcosa di buono diventano necessari.
Cosa rappresentano per lei i premi ricevuti nella sua carriera?
Nel mio ufficio a casa ho una vetrina in cui tengo tutti i premi che ho ricevuto e uno ‘Step’ per fare un po’ di esercizio fisico. Non so quale odio di più. Entrambi, infatti, mi ricordano di dovermi tenere in costante esercizio per affrontare sia la vita di tutti i giorni che quella professionale. Non ci si può adottare sugli allori. Se vuoi raggiungere certi risultati devi faticare sempre. Il successo dei film che ho realizzato in passato è quello che mi ha consentito di lavorare ancora. 
Adesso a cosa sta lavorando?
Come al solito leggo molto, anche se – ovviamente – non tutto quello che leggo deve necessariamente diventare un film. Attualmente sono un po’ ossessionato da quello che è accaduto in Ruanda. Una tragedia che mi interessa molto. Come produttore sto sviluppando un film tratto da I don’t know how she does it a proposito delle fatiche di una mamma lavoratrice e – in qualità anche di sceneggiatore – sto per realizzare L’assunzione la storia del pittore Fra Lippo Lippi che verrà diretto da François Girard, il regista di 32 piccoli film su Glenn Gould e Il violino rosso.
Anni fa si era a lungo parlato del suo coinvolgimento nel progetto relativo alla produzione de Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar…
Chissà…forse se leggerò con forza ogni giorno pagine e pagine di quel libro, alla fine riuscirò a trasformarlo in un film…

                                                             

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